Qualcosa si muove nella prima iPod chart di luglio:
- Thriller - Michael Jackson
- After The Event - Pet Shop Boys
- Up And Down - Pet Shop Boys
- Tall thin men - Pet Shop Boys
- Did You See Me Coming? - Pet Shop Boys
- Cruel Summer - Ace Of Base
- Help Me, Rhonda - Beach Boys
- Hunter - Björk
- Joga - Björk
- Unravel - Björk
Al primo posto staziona giustamente "Thriller", il più grande successo di Michael Jackson nonchè disco pop più venduto di tutti i tempi. Ad ascoltarlo oggi sembra ancora un disco fresco e nuovo, così come il video che lo accompagna appare ancora favoloso a quasi trent'anni dalla sua uscita. La mano registica di John Landis e la musica e il corpo di Jackson hanno prodotto uno dei migliori videoclip della storia, il primo vero mediometraggio pop che all'epoca rivoluzionò il nostro modo di fruire la musica.
Secondo e terzo posto per "After the event" e "Up and down", due dei tre b-side realizzati dai Pet Shop Boys per il loro ultimo singolo "Did you see me coming?", uscito il mese scorso e ora al quindo posto della chart. I PSB occupano anche il quarto posto con "Tall thin men", pezzo in perfetto stile musical scritto da Neil e Chris per l'allestimento di "Closer to Heaven" nel 2001 ma poi scartato. Dopo aver circolato in rete per un po', i PSB lo hanno inserito tra le exclusive tracks del loro sito ufficiale.
Sesto posto per gli Ace of Base e la loro bella cover di "Cruel summer", originariamente successo degli anni '80 delle Bananarama; completa la coppia di canzoni balneari "Help me, Rhonda" dei Beach Boys che occumano il settimo posto.
Le ultime tre posizioni sono occupate da altrettanti pezzi estratti da "Homogenic" (1997), lo stupendo terzo album di Björk, forse il suo migliore. Le sue atmosfere algide e sperimentali caratterizzate dal sound elettronico sembrano ancora nuove a dodici anni di distanza dalla sua pubblicazione.
Ciò che maggiormente mi rimarrà impresso del concerto che i Pet Shop Boys hanno tenuto ormai due settimane fa a Londra sarà probabilmente tutta la O2 Arena che canta in coro il ritornello di "West End girls". Dico questo ben consapevole e memore del fatto di essermi commosso appena ho sentito le prime note del dub di "More than a dream" aprire lo show seguito da "Heart", una delle canzoni che più ho ascoltato nei giorni seguenti quella stupenda serata.
"West End girls", non "Go West": il primo singolo dei PSB, pubblicato ben due volte in due versioni musicalmente differenti nel 1984 e nel 1985, è ancora più emozionante se ascoltato a Londra, città dove risiedono le vere "ragazze del West End" e gli altrettanto veri "ragazzi dell'East End". Tensioni sociali e accenni alla storia russa, due dei tanti topics che Neil Tennant e Chris Lowe avrebbero affrontato con regolarità durante i loro 25 anni di carriera insieme, erano già lì davanti ai nostri occhi e soprattutto alle nostre orecchie.
All'epoca ero troppo giovane (o forse troppo stupido) per accorgermi di quello che musicalmente stava accadendo intorno a me; oggi rivivo quegli anni '80 per me un po' difficili attraverso il cinema e la musica di quel periodo. Il concerto alla O2 mi ha confermato una cosa che già da tempo sospettavo: i Pet Shop Boys sono una delle cose più inglesi che la stessa Inghilterra abbia mai partorito: il loro sound e i loro testi sono universali e toccano, prima o dopo, l'esistenza di ognuno di noi ma è altrettanto vero che le loro canzoni, i loro album, la loro arte non si può scindere più di tanto da un certo tipo di cultura pop tipicamente inglese; sembra un dettaglio, ma non lo si può cogliere in pieno se non si assiste ad un concerto dei Pet Shop Boys in patria, meglio ancora se a Londra.
Londra ama i PSB perchè parlano di lei, dei suoi punti deboli e di quelli forti, delle sue luci e delle sue ombre; i PSB parlano di Londra e dell'inghilterra usando davvero topics concreti (l'esecuzione live della meravigliosa "King's Cross" lo dimostra meglio di quanto facciano le mie parole) anche attraverso l'uso delle immagini. Il Pandemonium Tour è un tripudio di colorata inglesità. Sul palco c'è la musica, ci sono le canzoni, i ballerini/coristi; si può ammirare la tradizione teatrale nella scelta della messa in scena e il gusto per la citazione della straordinaria opera rock dei Pink Floyd e dei successi elettronici dei primi New Order. Ed Devlin, già impegnata con alcune produzioni teatrali tout-court, si è occupata nuovamente delle scenografie di un tour dei PSB dopo il Fundamental Tour del 2006/07 mentre la collaborazione con Stuart Price rodata durante il medley ai Brit Award dello scorso febbraio è sfociata in un gigantesco spettacolo sonoro, una sorta di lungo megamix (anche se 90' sembrano davvero pochi per un concerto del genere) a base di riarrangiamenti e mesh up di canzoni vecchie e nuove che si fondono e si sovrappongono. Sopresa della serata è la cover di "Viva la vida" dei Coldplay, trasformata da Neil e Chris in un trionfante e trascinante pezzo dance su cui scorrono le immagini di Neil vestito da re che cammina per strade e piazze di una uggiosa San Pietroburgo riparandosi con un ombrello.
Il resto, per i fans, è già storia: ci sono tutti i grandi successi del passato (la già citata "West End girls", "Being boring", "Suburbia", "Love comes quickly", "Left to my own devices", "Go West"...); ci sono le canzoni più amate di "Yes", il loro ultimo album (la tanto desiderata "The way it used to be", "Pandemonium" in cui si incastra "Can you forgive her?", "All over the world", "Love etc."); c'è, come di consueto, l'angolo delle stranezze con il b-side "Do I have to?" e le due strabilianti "Two divided by zero" e "Why don't we live together?" direttamente dal primo album e mai eseguite dal vivo prima d'ora; c'è anche, ovviamente, l'ironico impegno politico di "Integral" e "Building a wall".
Ci ho messo due settimane per scrivere queste righe e mentre lo stavo facendo mi tornavano in mente un sacco di cose: i treni di King's Cross che Derek Jarman riprese in bianco e nero e che ancora oggi fanno la loro meravigliosa figura alternandosi alle immagini di un giovane Chris (era il 1987) che con aria imbronciata vaga tra i binari. Mi sono tornati in mente i palloncini, le scale mobili, la fila per il merchandise (di qualità un po' inferiore alla norma, devo dire...) e le urla dei ragazzi all'ingresso dell'arena che ti invitavamo ad acquistare il raffinato tour book. Mi torna anche in mente che, soprattutto, quella del 19 giugno 2009 sarà una serata che porterò sempre nel mio cuore.
Un'interessante e-mail giunta questo pomeriggio nella mia casella di posta.

Tra i vari nomi che animano il Jubilee Market di Covent Garden a Londra c'è sicuramente quello di Christopher Rogers. Sulla sua bancarella si possono ammirare una dozzina di stampe diverse, in tre formati differenti, ognuna delle quali illustra un diverso punto di vista sulla capitale inglese. Quella che vedete qui sopra si intitola "The Thames" e fa bella mostra di sè sulla parete sopra alla mia scrivania; lo stile di Rogers viene definito "fumettistico" e si è sviluppato nel corso degli anni, quando l'artista ha iniziato a scoprire Londra durante i suoi viaggi da lavoratore pendolare. Dopo aver compiuto studi sull'architettura della città ha cominciato a realizzare vedute "ideali" che ne raccolgono i landmarks più conosciuti in un'unico colpo d'occhio. Quello che mi ha colpito di queste stampe è la bellezza dei colori e l'immediatezza dello stile grafico e vagamente naif, oltre ad offrire un ottimo compendio architettonico su quanto Londra riesce ad offrire a chiunque la visiti.
Christoper Rogers è spesso presente a Covent Garden per incontrare i visitatori della Piazza e scambiare quatto parole con loro su arte, teatro, pittura e tutto quanto di culturale accada in città. Questo è il suo sito internet con galleria fotografica, una breve biografia e la possibilità di acquistare le sue stampe direttamente online.
Erano le 14:20 di venerdì 19 giugno quando questo piccolo angolo londinese ha attratto la mia attenzione.
In queste ore i nostri tg si stanno affannando a raccontare la tragedia di Viareggio dando la priorità non ai classici mezzi di comunicazione, ma privilegiando l'informazione spontanea e reale creata da chi il dramma lo sta vivendo in prima persona. Il tg3 ha appena aperto la sua edizione della notte con una ripresa che documenta i momenti immediatamente successivi all'esplosione della ferrocisterna di GPL; il filmato è stato realizzato utilizzando un telefono cellulare, strumento ormai nelle tasche di chiunque. E sono proprio questi cellulari di ultima generazione, dotati di fotocamere sempre più sofisticate, a fornire davvero a chiunque la possibilità di catturare la nostra quotidianità, quella di noi individui all'interno della società civile, e di renderci partecipi delle piccole/grandi vicende di cui tutti noi siamo protagonisti. Tutto questo, ovviamente, non sarebbe possibile, o almeno non in questi termini, se negli ultimi dieci anni non si fosse sviluppato e diffuso così capillarmente Internet, il mezzo che rende possibile anche il semplice atto di scrivere questo post e di pubblicarlo.
La Rete e tutti questi strumenti multimediali a disposizione di tutti noi (ho detto dei cellulari ma i registratori mp3, le videocamere e le fotocamere digitali svolgono la stessa funzione) hanno davvero rivoluzionato la nostra vita, nel bene e nel male. Alla (quasi) libertà di informazione, alla velocità delle comunicazioni, alla globalizzazione in generale si accompagnano purtroppo la diffusione della pornografia minorile, la piaga della pirateria musicale e cinematografica e la violazione della privacy. Croce e delizia, verrebbe da dire citando "La Traviata"; ogni novità, lo sappiamo, porta con sé un po' di sventura e non possiamo fare a meno di affrontarla. Quello che ci rimane è fare i conti con il rovescio della medaglia facendo del nostro meglio per impedire l'abuso dei mezzi, dalle telefonate più cretine perchè "tanto ho il cellulare" fino all'utilizzo dell'automobile (tanto per saltare di palo in frasca) anche solo per fare il giro dell'isolato. Nell'antichità si guardava al passaggio delle comete con stupore e meraviglia ma con la falsa e superstiziosa convinzione che portasse con sé sventure indicibili. Oggi guardiamo riviste, vetrine, monitor e televisioni mostrando uguale sorpresa di fronte alle quotidiane migliorie create da uomini geniali; quello che ci manca, forse, è l'umiltà necessaria a rapportarsi correttamente con il nostro futuro e con l'avanzamento tecnologico che esso porta con sé. Non si tratta di superstizione, solo di buon senso e intelligenza, a meno che non crediamo che accendere un pc significhi automaticamente spegnere il cervello.
Quello che sta accadendo attorno a noi è emblematico: a Teheran, luogo non esattamente dietro l'angolo reso tangibile dalla globalizzazione dei mass media, la censura ha colpito l'informazione libera, quella dei blog e di internet, arrivando a bloccare addirittura Twitter, le uniche fonti dirette a disposizione dei giovani iraniani per comunicare al mondo intero quanto sta accadendo loro. Il Grande Fratello, insomma, torna a colpire. Ci sono momenti in cui fantasma del futuro apocalittico ipotizzato da George Orwell nel 1948 sembra voler tornare a infestare il mondo; in una realtà "globale" come quella che stiamo vivendo in questi primi anni del nuovo millennio, nessuno può dirsi estraneo a fatti che accadono dall'altra parte del pianeta. Qualcuno ha già auspicato una resistenza composta da hacker "buoni" e senza paura; sembra un'ipotesi da film di fantascienza anni '80, ma dopotutto "this used to be the future".
Per chi come me lavora all'interno di strutture scolastiche o in servizi per minori o anziani, la fine di giugno rappresenta una sorta di traguardo annuale. Il 30 giugno è metaforicamente la chiusura di un anno scolastico e quindi, indirettamente, di una serie di esperienze lavorative che volgono al termine. A quel punto, più o meno consciamente, si tirano le somme di nove mesi trascorsi a cercare di trasmettere qualcosa agli studenti che abbiamo avuto davanti.
Davanti a noi ci sono tre mesi di caldo e afa non esenti, per qualcuno, da impegni professionali che, con quelli invernali, costituiscono una sorta di percorso circolare da cui gli studenti sono destinati ad uscire ma in cui, invece, gli educatori sono destinati a penetrare sempre più a fondo. Questa che sembra una sorta di profetica maledizione, è in realtà una continua occasione di arricchimento personale e professionale che il più delle volte facciamo fatica a riconoscere.
Proprio questo pomeriggio mi sono ritrovato a salutare un gruppo di anziani con cui ho lavorato da ottobre ad oggi e non posso che ammettere di essere stato attraversato da una sottile tristezza; ecco un altro servizio che si chiude in attesa di riaprirsi con l'autunno, le giornate corte e quella lieve brezza che annuncerà la fine della bella stagione e che l'inizio di un nuovo anno "educativo", sorta di sfasatura di quello solare che non tutti sono in grado di percepire.

Già da ragazzino amavo sognare di luoghi lontani: mi perdevo nelle illustrazioni su libri e riviste viaggiando con la testa verso quei luoghi, soprattutto città, che venivano descritti per immagini e parole da chi aveva avuto la fortuna di visitarli. Sognavo ad occhi aperti il giorno in cui avrei potuto vedere con i miei occhi Time Square, Piccadilly Circus o la torre Eiffel.
Quando nel 1993 conobbi la musica dei Pet Shop Boys iniziai ad innamorarmi più concretamente di Londra. Attraverso le loro canzoni comincia a conoscere virtualmente tutta la geografia di Londra: il West End e l'East End, King's Cross, Scotland Yard, Trafalgar Square e lo Strand, Enbankment Gardens e il V&A, il Serpentine e il The Fortune of War. Era una conoscenza della capitale inglese fatta di nomi, descrizioni e annotazioni culturali che pescavano dagli anni '80 fino ad epoche recenti senza disdegnare riferimenti al dopoguerra; era una conoscenza geografica fatta prima di tutto di sensazioni. Sì, perchè la capacità di Neil Tennant di scrivere canzoni che vanno avanti per immagini è innegabile; sentirlo cantare ascoltando le sue parole equivale a "vedere" quello che sta raccontando, sia che si tratti di luoghi che di persone, di ieri o di oggi.
Sette anni fa passai velocemente per Londra: l'occasione era un concerto dei Pet Shop Boys a Bristol. Un colpo di testa che mi porto cinque giorni in Inghilterra; un viaggio compiuto via terra e via mare, da Torino a Parigi, poi a Calais per attraversare la Manica su di un traghetto e poi via nella notte verso Bristol da Dover. Una decina di giorni fa mi trovavo di nuovo a camminare sulle strade di Londra, ancora per un concerto dei Pet Shop Boys, il loro più grande concerto in una struttura coperta, la O2 Arena di Greenwich. Rivedere Londra è stato come rituffarsi dopo sette anni (strano: lo stesso intervallo intercorso tra i miei due viaggi a Parigi...) in un turbine di sensazioni bellissime che mi sembrava di conoscere già. La prima volta avevo visto poco: due giorni sono davvero pochi se si vuole assaporare davvero l'atmosfera che attraversa i palazzi, i monumenti la gente della capitale inglese; questa seconda occasione è stata invece programmata per non essere programmata: volevo semplicemente perdermi in quel labirinto di strade trafficatissime ad ogni ora del giorno e della notte ma da cui basta allontanarsi di pochi metri per scoprire atmosfere e ambienti più rilassati e a misura d'uomo. Londra è sorprendente, da questo punto di vista: stai camminando su Oxford Street verso Charing Cross e all'improvviso decidi di prendere una traversa sulla sinistra e ti si apre un mondo fatto di bancarelle di frutta e verdura, dischi usati e case in mattoni rossi e marroni. Puoi perderti lungo il Tamigi camminando dalla Tate Modern fin verso il Tower Bridge passando sotto al Monument, vero e proprio luogo celebrativo e ammonitore, oltre che esorcizzatore, di paure tutte londinesi legate al fuoco; ti puoi sedere sui prati di Hyde Park, in cui anche i turisti sembrano rallentare i ritmi, o perderti nel caos culturale di British Museum, National Gallery o in uno degli altri innumerevoli musei e gallerie che punteggiano tutta la pianta della città; puoi ascoltare musica pressochè ovunque (per lo più triste e malinconica perchè, purtroppo, gli anni '80 sono finiti da un pezzo e la crisi si sente anche a South Kensington), vera e propria essenza di ogni gesto che si consuma a Londra. Ovunque ti giri c'è sempre qualcosa che si muove, qualcosa sta accadendo e non aspetta altro che tu lo colga al volo e niente sembra essere sempre uguale a prima: il gigantesco Virgin Megastore su Oxford Street ha lasciato spazio ad un anonimo negozio di abbigliamento femminile, ma anche questo è un segno della velocità con cui la capitale assorbe le nuove tendenze culturali, anche quelle che sembrano voler cancellare parte della sua identità. "Download now" dicevano i cartelloni pubblicitari del nuovo singolo di David Guetta, affissi in quasi tutte le stazioni della metropolitana. Potenza degli mp3: solo una decina di anni fa ci sarebbe stato scritto "available in CD, LP and cassette". La legge della miniaturizzazione e della digitalizzazione per avere tutto e subito ha invaso anche le vetrine di di Londra sotto forma di iPhone, insomma, eppure qualche raro negozio straripante di vecchi dischi in vinile ancora esiste ed aspetta soltanto di essere scoperto ed esplorato.
Forse non sarà proprio identica a quella che immaginavo da adolescente, tuttavia questa rimane la mia Londra, quella conosciuta sugli spartiti dei Pet Shop Boys, i cui dischi sono felicemente presenti a vagonate sugli scaffali dei negozi HMV ancora rimasti e che i londinesi sembrano amare e riconoscere come parte della propria vita; questa è la mia Londra, quella che ho imparato a conoscere con le canzoni e che ho poi verificato in prima persona rendendomi conto che non smetterò mai di amarla.
Domenica scorsa a quest'ora ero in giro a South Kensington, Londra. Oggi sono a Loano (SV) davanti al pc... lasciamo stare la nostalgia: ecco la nuova iPod Chart, l'ultima di giugno, che questa settimana vale doppio.
- Heart - Pet Shop Boys
- Why Don't We Live Together? (Original New York Mix) - Pet Shop Boys
- Two Divided By Zero - Pet Shop Boys
- Did You See Me Coming? - Pet Shop Boys
- Building a Wall - Pet Shop Boys
- Viva La Vida - Coldplay
- Viaggia Insieme A Me - Eiffel 65
- King's Cross - Pet Shop Boys
- Do I Have To? - Pet Shop Boys
- Integral - Pet Shop Boys
Ovvio che il concerto dei Pet Shop Boys alla O2 Arena di giovedì 19 mi abbia condizionato molto negli ascolti: apre la classifica di oggi la 7" version di "Heart", direttamente da "PopArt" (2003) secondo greatest hits dei PSB. Il loro quarto e (per ora?) ultimo numero uno inglese è stato scelto per aprire i concerti del Pandemonium Tour. Secondo e terzo posto per due vecchie glorie direttamente da "Please", primo album dei PSB del 1986: "Why Don't We Live Together?" (qui nel mix originale rimasto nascosto fino alla pubblicazione delle reissues nel 2001) e "Two divided by zero", la prima canzone del loro primo album. Questi due pezzi rappresentano i primi passi musicali mossi da Neil e Chris quando a New York si fecero produrre dal loro idolo musicale Bobby Orlando; eseguiti live per la prima volta in questo tour, questi due pezzi sono tra i più amati dai fans e rappresentano uno degli highlights dello show.
"Building a wall" e "Integral" (rispettivamente quinto e decimo posto) sono fuse in un medley che durante i concerti fa da colonna sonora ad uno dei momenti scenograficamente più belli e d'effetto (non anticiperò nulla) mentre "Viva la vida" (qui nella versione originale interpretata dai Coldplay) viene mischiata ad elementi di "Domino dancing" per trasformarsi magicamente in una nuova e strabiliante cover made in Pet Shop Boys: speriamo la pubblichino come singolo o almeno la includano, prima o poi, in qualche uscita discografica. Davvero molto bella.
Dopo l'intrusione degli italianissimi Eiffel 65 con la bella "Viaggia insieme a me" (apertura del loro ultimo disco omonimo del 2003) al settimo posto, i Pet Shop Boys rientrano all'ottavo con una delle loro più belle canzoni di sempre; "King's Cross", pubblicata nel 1987 su "Actually", riesce a catturare l'atmosfera londinese di quegli anni grazie ad un testo e ad una melodia arrangiata divinamente. A completare il tutto c'è poi il bellissimo video in bianco e nero realizzato da Derek Jarman per il primo tour dei PSB (era il 1989) ed ora riproposto nuovamente oggi. Segue al nono posto "Do I have to?", b-side bello e d'atmosfera, uno dei pezzi più anni sognanti e d'atmosfera che i PSB abbiano scritto. Era dietro a "Always on my mind" e a mio modo di vedere rappresenta benissimo il suo "lato oscuro": lento, cupo, mi ha sempre fatto pensare alla notte. E poi quando Neil canta "Tell him it's a problem / Tell him it's too hard / Say you phoned your best friend / and Scotland Yard / Swear that there'll be murder / Tell him that I'm ill / Say you know it's blackmail" è davvero irresistibile.
("Transformers - Revenge of the Fallen")
USA, 2009
Regia di Michael Bay
sceneggiatura di Ehren Kruger, Roberto Orci, Alex Kurtzman
con Shia LaBeouf, Megan Fox, Josh Duhamel, John Turturro
durata: 150 minuti
Il primo episodio di "Transformers", uscito nel 2007, lasciò tutti un po' spiazzati per la particolare natura della sua sceneggiatura. Il primo capitolo (di una lunga serie, a quanto sembra) della saga dedicata ai famosi giocattoli della Hasbro sembrava essere due film in uno: il primo tempo aveva infatti toni da commedia quasi demenziale, assolvendo molto bene al suo ruolo di introduzione non tanto alla vicenda quanto ai personaggi; il secondo tempo, invece, offriva quel baraccone divertente e adrenalinico che tutti si aspettavano. Questo sequel non si discosta molto da questa formula preferendo però alternare le vicende interne alla storia e quindi anche i registri narrativi. E' così che da una prima, roboante e spettacolare sequenza action si passa ad una più tranquilla, quasi un'introduzione alla "American Pie", solo più patinata ma non meno volgare (si vedano i brevi flash sui due cagnolini sodomiti). Il risultato è un lungo (forse troppo: due ore e mezza) film d'azione ben riuscito, con sequenze action davvero spettacolari anche se spesso troppo soffocate dai clangori e dai bagliori metallici dei giganteschi robot che popolano tutta la pellicola e che a volte rendono il tutto un po' troppo confuso. Ma dopotutto cosa ci volete fare? Tutta l'operazione sa di gioco per bambini con tanto di nomi inventati e avventure incredibili che potrebbero svolgersi sul tappeto di una qualsiasi cameretta.
Ultima notazione d'obbligo per la notevole realizzazione tecnica; ho già avuto modo di dire che gli effetti speciali sono davvero stupefacenti (anche se purtroppo sono passati i bei tempi del "ti vedo, non ti vedo" che ti facevano gustare di più le masodontiche creature che popolavano i film di fantascienza di una ventina di anni fa), ma una parola va spesa anche per gli effetti sonori, una vera gioia per le orecchie. Un consiglio: gustatevi tutta la bella scena d'azione che si svolge nel bosco.
3/5
(Questa recensione è presente anche su ActaDiurna)